
C’è una domanda che in diciott’anni di studio ho sentito ripetere in tutte le salse: “Avvocato, mia madre è un po’ testarda, ha fatto una spesa assurda… possiamo aprirle un’amministrazione di sostegno?”. La risposta, dopo la recente Cassazione civile, Sez. I, ordinanza n. 14689 del 27 maggio 2024, è diventata ancora più netta: non sempre. Anzi, la Suprema Corte ha tirato una linea molto chiara su quando non si apre amministrazione di sostegno, richiamando giudici tutelari, familiari e professionisti a un uso davvero proporzionato della misura.
Vediamo cosa ha deciso la Corte, cosa cambia nella prassi e soprattutto — perché è la parte che interessa di più alle famiglie — quali sono i segnali che non bastano per attivare l’AdS.
La Prima Sezione civile, con l’ordinanza n. 14689 depositata il 27 maggio 2024, ha cassato un decreto di apertura dell’amministrazione di sostegno ritenendolo privo di una motivazione effettiva sui presupposti richiesti dagli artt. 404 e seguenti del codice civile. Il punto centrale: non ogni comportamento “apparentemente anomalo” giustifica l’apertura della misura, potendo trattarsi di semplice espressione caratteriale, di scelte di vita poco ortodosse, o di conflitti familiari travestiti da tutela.
Il giudice tutelare, secondo la Corte, deve argomentare in modo articolato: non basta enunciare un’etichetta medica o un episodio controverso; occorre spiegare perché la persona, in quel momento, non è in grado di provvedere autonomamente ai propri interessi e perché nessuna soluzione meno invasiva è praticabile. È il principio di proporzionalità che dal 2004 accompagna la legge n. 6 ma che, nella pratica, tende ad essere dato per scontato.
Per chi vuole leggere il testo integrale della pronuncia, è disponibile qui: Cass. civ., Sez. I, ord. n. 14689/2024 (PDF).
Sintetizzando la pronuncia e leggendola alla luce dei precedenti (tra cui Cass. 22332/2011 e la notissima Cass. 25366/2006 sul principio del “minor sacrificio possibile”), possiamo elencare alcuni casi in cui l’AdS non va aperta:
È la traduzione operativa di ciò che dice l’art. 12 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità: prima il supported decision-making, solo in extrema ratio la sostituzione. Un principio che ho già approfondito parlando di autonomia e disabilità nell’amministrazione di sostegno.
La sentenza rafforza un obbligo già presente ma spesso sbrigato in poche righe: la motivazione rafforzata del decreto di apertura. Il giudice tutelare deve ora:
In caso contrario, come mostra il caso deciso, il decreto è censurabile in Cassazione. Un messaggio chiaro anche ai ricorrenti: depositare un ricorso con allegata una relazione medica di tre righe e un racconto familiare sbilanciato non funziona più. Serve un quadro documentale serio, altrimenti si rischia l’inammissibilità o il rigetto.
Se un familiare — o lo stesso beneficiario — ritiene che la misura sia stata aperta senza i presupposti indicati dalla Cassazione 14689/2024, le strade sono due. La prima è il reclamo al Tribunale in composizione collegiale entro dieci giorni dalla comunicazione del decreto: dopo la riforma Cartabia (d.lgs. 149/2022, in vigore dal 28 febbraio 2023) il vecchio art. 720-bis c.p.c. è stato abrogato e la materia è ora regolata dagli artt. 473-bis.54 e seguenti c.p.c., con rinvio all’art. 739 c.p.c. — non si va più in Corte d’Appello, salvo poi il ricorso per Cassazione contro il decreto del tribunale. La seconda strada, percorribile anche più tardi, è un’istanza di revoca o modifica al giudice tutelare, documentando il venir meno (o l’insussistenza) del deficit. Nei casi in cui emergano abusi da parte dell’amministratore nominato, i rimedi si intrecciano con i profili di responsabilità civile e penale, come ho raccontato in questo approfondimento sulla querela contro l’amministratore di sostegno.
La stretta della Cassazione è, nella sostanza, una buona notizia: riconsegna centralità alla persona e ricorda a tutti noi — avvocati, giudici, famiglie — che l’amministrazione di sostegno è uno strumento di libertà assistita, non di controllo preventivo. Serve a proteggere chi davvero non riesce, non a semplificare la vita a chi gli sta intorno.
Ogni situazione è diversa, e la differenza tra “fragilità che giustifica l’AdS” e “fragilità che si gestisce altrimenti” spesso passa da due righe di relazione medica o da una scelta processuale sbagliata. Se hai dubbi sull’apertura di un’amministrazione di sostegno — per te, per un genitore, per un fratello — o vuoi valutare un reclamo contro un decreto che ritieni ingiusto, lo Studio Legale Morgia a Trieste offre consulenze dedicate. Contattami qui per fissare un primo appuntamento e valutare insieme la strada giusta.