
Quando il diritto incontra la vita reale, spesso si trova davanti a situazioni che sembrano uscite da una sceneggiatura. Questa volta con la Sentenza n.6553/2025 della Cassazione, sul banco degli imputati c’è una questione che intreccia prostituzione, libertà personale, amministrazione di sostegno e un beneficiario/a che vive una disforia di genere.
Una madre preoccupata scopre che il figlio (che si identifica come donna, ha disturbi comportamentali e pratica la prostituzione da anni) vuole partire per Amburgo, probabilmente per prostituirsi a casa di amici.
L’amministratore di sostegno – nominato proprio su istanza della madre – chiede al giudice di autorizzare:
una ricarica da 1.000 euro sulla carta prepagata del beneficiario;
l’acquisto di un biglietto aereo di sola andata;
il pagamento di una catsitter (perché i gatti restano a casa e non possono star soli, giusto?).
Il giudice tutelare autorizza. La madre impugna: “Così agevolate la prostituzione che lo Stato cerca di scoraggiare! Non è favoreggiamento?”.
Il Tribunale respinge: il viaggio è già avvenuto, il figlio è tornato e, in ogni caso, la prostituzione in Italia non è vietata.
La mamma non si arrende e ricorre in Cassazione: “Un giudice non può approvare spese che servono a esercitare il meretricio. Se il legislatore fa terra bruciata attorno alla prostituzione, autorizzare questa spesa è come annaffiare il prato!”
La Suprema Corte smonta le doglianze con una sentenza che sembra un piccolo trattato su autodeterminazione e tutela dei soggetti fragili.
Ecco i punti chiave:
Prostituzione in sé non è reato (lo è lo sfruttamento o il favoreggiamento, ma non la scelta individuale).
L’amministrazione di sostegno non serve a trasformare il giudice in un “guardiano morale”. Non può essere usata per impedire comportamenti che – seppur discutibili – sono leciti.
Libertà di spostamento: non era stata imposta alcuna limitazione nella misura originaria, e imporla ora sarebbe sproporzionato.
Il giudice non ha autorizzato la prostituzione, ma una spesa patrimoniale. Peraltro, il beneficiario già praticava il sex work da anni nel luogo di residenza: il viaggio non è la causa, al massimo un contorno.
Trattamenti sanitari obbligatori? Solo nei casi previsti dalla legge. Non basta la preoccupazione materna per imporre cure psichiatriche o programmi di “disintossicazione dalla vita”.
In sintesi: si tutela la persona, non si impone un modello di vita “gradito” alla famiglia.
Non proprio. La Corte lascia aperto un varco: il giudice può calibrare la misura, anche limitando spostamenti, solo se strettamente necessario per la tutela del beneficiario e proporzionato alla sua condizione.
Ma – avverte – niente scorciatoie etiche: il diritto non è un catechismo.
Qui la morale è doppia:
Per lo Stato, la prostituzione è come quell’ospite imbarazzante alle feste: non lo invita, ma nemmeno lo caccia.
Per i familiari, l’amministrazione di sostegno non è una bacchetta magica per “normalizzare” la vita di chi amano.
E per noi lettori? Rimane il dubbio: dove finisce la protezione e dove inizia il paternalismo? Una linea sottile, che questa sentenza ci ricorda essere tracciata – almeno in teoria – dalla libertà individuale.
💡 Hai mai pensato a quanto il diritto possa somigliare a un equilibrismo tra libertà e sicurezza? E tu, da che parte staresti: “meglio un figlio libero, anche se fragile”, o “meglio un figlio protetto, anche contro la sua volontà”?
avv. Matteo Morgia