Amministrazione di sostegno: quando l’autonomia fa più rumore del silenzio

CONDIVIDI SU

In una società che corre verso il futuro a colpi di tecnologia e inclusione, capita ancora che le persone con disabilità fisiche vengano viste come incapaci a prescindere.

Eppure, la Cassazione ha appena ricordato a tutti che la libertà di scelta non si misura in decibel. Lo ha fatto con la sentenza n. 6584 del 12 marzo 2025, un piccolo terremoto giurisprudenziale in tema di amministrazione di sostegno che merita di essere raccontato.

Il protagonista della vicenda è un uomo colpito da meningite da neonato, con conseguenze gravi su linguaggio e udito. Nonostante ciò, ha sempre vissuto in autonomia: fa la spesa, guida l’auto, si muove nel mondo da solo. Eppure, la nipote (una delle due, perché si sa che in famiglia i nodi vengono sempre al pettine) ha chiesto per lui un’amministrazione di sostegno a tempo indeterminato. Il Tribunale di Bolzano ha accolto la richiesta, nominando come amministratore un avvocato estraneo alla famiglia. Ma l’interessato non ci sta: ricorre fino in Cassazione.

E la Suprema Corte gli dà ragione, con una decisione che mescola diritto, buonsenso e un pizzico di ironia verso una burocrazia che a volte sembra sorda lei per prima.

Il nodo della questione?

L’autodeterminazione. La Cassazione ha stabilito che l’amministrazione di sostegno non può essere imposta solo perché una persona ha difficoltà a comunicare o sente poco. Non è la disabilità in sé a giustificare una limitazione della capacità di agire, ma l’incapacità di gestire consapevolmente i propri interessi. E questo va provato, non dato per scontato.

Anzi, la Corte sottolinea che esistono oggi strumenti tecnologici (dai dispositivi acustici agli assistenti vocali) che permettono a molti di superare ostacoli che, fino a pochi anni fa, sembravano insormontabili. E se esistono, vanno considerati. Altrimenti, si rischia di fare più danni che benefici.

La decisione va ben oltre il caso singolo. Parla di dignità, di rispetto, di diritti. E ci ricorda che la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia, impone di evitare ogni forma di discriminazione. Anche quella nascosta dietro un eccesso di “tutela” nell’ambito dell’amministrazione di sostegno.

La Cassazione ha quindi cassato il decreto del Tribunale, rinviando per un nuovo esame.

Ha bacchettato i giudici di merito per non aver valutato strumenti alternativi alla misura più invasiva.

Ha ricordato che spendere tutta la pensione non è una colpa, se chi lo fa lo decide in piena coscienza.

Questa sentenza è un invito a scrutare bene gli effetti di un dato clinico e ascoltare la voce – anche se fievole – della persona.

Perché a volte l’autonomia non si vede, ma si sente vivace e vibrante: si percepisce nel modo in cui una persona decide, agisce, resiste.

E’ il momento di rimettere al centro la persona, con tutti i suoi limiti, ma anche con tutta la sua voglia di decidere per sé.

L’amministrazione di sostegno deve essere uno strumento di aiuto, non una gabbia.

Avv. Matteo Morgia

POST INFO
POST RECENTI
© 2026 Avv. Matteo Morgia
P. IVA_01433030325